Editoriale

Maradona, l’eterno filibustiere

Diego Armando Maradona - Daniele Poto

Nel tunnel del coronavirus la tempesta perfetta dei lutti cuce con tragici risolti le nostre percezioni. Ma ci sono lutti infinitamente più epocali. Come quello di Diego Armando Maradona, filibustiere del pallone capace di sdoganare a favor di bene persino un gol segnato di mano, la cosiddetta mano de Dios.

Maradona, il filibustiere napoletano

Caro all’Italia perché ha sposato Napoli a tempo indeterminato, vivo e vitale ancora nell’immaginario di una città, di più di una regione e di tutto l’intero italico Paese che l’ha amato e venerato come un Dio. Legame più intenso rispetto agli anni di Barcellona e molto più certo e netto di quello che è venuto dopo, una claudicante e mai risolta carriera di allenatore. A Maradona fuori dal campo si faceva presto a contargli i difetti, come il mancato rispetto di se stesso e della propria salute.

Ma con quel fisico non proprio ideale era capace di magie imprevedibili sul campo di calcio. E il combinato disposto del dentro e fuori coagulava le sue contraddizioni: l’amicizia con Fidel Castro e per i poveri della terra mischiata ai legami con la camorra, il forte senso di squadra con le infrazioni dovute alla cocaina. Che nel calcio è considerata sic et simpliciter doping e gli è costata una prematura interruzione di carriera. I suoi vizi erano pubblici più che privati , mai nascosti, addirittura esibiti con il candore proprio di un adolescente che combina marachelle, perdonati anche da chi aveva un radicato senso della legalità. Perché a volte gli dei non si discutono e indubbiamente Diego era una selvaggia e ruspante divinità pagana.

Divisivo fino alla fine

Doveva lasciare un giallo anche sulla sua morte, era destino scritto nel Dna di chi è stato sempre divisivo. Lui più di ogni altro di lassù potrà confessare di aver vissuto. Ma ci lascerà una lunga coda con il processo che seguirà a carico del dottore che non l’ha assistito come doveva. Sarà una storia interminabile anche la vicenda dell’eredità che separa e divide più famiglie. E continuerà a vivere nel cuore di una generazione lui che – si è scoperto – aveva un cuore grande il doppio di quello di un comune mortale. Ci ha riservato anche questa sorpresa post mortem.

La saga di Maradona non finirà mai e finché Pelé sarà vivo continueremo a discutere su chi sia stato il più grande, proponendo, nel confronto impossibile, due entità incomparabili perché separati da un gap generazionale di venti anni. Pelé è stato il calciatore di un solo continente, Maradona una sorta di eroe dei due Mondi, cosmopolita con un soprappiù di effetti mediatici, di costruzioni editoriali, di internet. Potremo mai adire a un confronto tra Colombo e Magellano? Ecco questi del calcio sono stati gli scopritori di un talento nascosto e prezioso, messo a disposizione dello sport di squadra. Con una generosità rivolto da uno al Santos, ai Cosmos, alla nazionale brasiliana, l’altro al Barcellona, al Napoli, alla nazionale argentina. Insospettabili doni individuali in una disciplina dove contano sulla carta tutti e undici i giocatori in campo. Ma qualcuno più eguale degli altri.

La bellezza del calcio è nei gesti atletici di Diego. Fuori l’uomo ha fatto slalom improbabili nei rapporti con la camorra, il fisco, i figli tardivamente riconosciuti. Eccessi gastronomici e non solo perché il nostro non si è negato alcuno dei vizi presenti nel genere umano. Un grande campionario di possibilità gestito, nonostante tutti gli handicap, con il massimo rendimento in campo.

Daniele Poto

PER APPROFONDIRE

Daniele Poto è un giornalista sportivo. Storica firma di Tuttosport, oggi collabora con l’associazione Libera e continua a scrivere di sport e dei suoi legami con la società.
Sul tema, per Edizioni Gruppo Abele, ha scritto Lo sport tradito. 37 storie in cui non ha vinto il migliore, dove passa in rassegna diverse discipline sportive portando alla luce gli scandali degli ultimi anni: dalle competizioni truccate all’aggiudicazione di Giochi olimpici e Mondiali di calcio, sino ai casi di doping o match-fixing. Lance Armstrong, il salto truccato di Giovanni Evangelisti, la morte di Denis Bergamini… come sono andati i fatti? Chi ha vinto e chi no? E se a perdere siamo tutti?

L’immagine dell’editoriale è di Cadaverexquisito
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