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Per un’altra Unione Europea – Introduzione a «Propaganda Europa»

Editoriale Propaganda Europa

«Al netto della pandemia Covid-19, l’Europa sembra immersa in un grande e prolungato ventennio di crisi», scrive Alexander Damiano Ricci nell’introduzione a Propaganda Europa.

Una crisi che è migratoria, economica, politica, sociale. Una crisi che genera un profondo senso di inadeguatezza davanti alle istituzioni europee e alle loro scelte: come si può lodare senza se e senza ma l’Europa malgrado il suo silenzio, ad esempio, sulla crisi dei profughi dell’isola di Lesbo? Come si può rimanere euroentusiasti quando l’Europa tace in tanti contesti dove sarebbe dovuta intervenire ma non l’ha fatto?

Proponiamo qui l’introduzione di Propaganda Europa, per proporre una riflessione che cerca di superare il generale appiattimento dello scontro ideologico sovranismo contro europeismo. Un punto di partenza necessario e imprescindibile per costruire un’Europa che sia davvero unita e, soprattutto, funzionale. Per tutte e tutti.


Il vecchio che ritorna, il nuovo che stenta

 

Al netto della pandemia Covid-19, l’Europa sembra immersa in un grande e prolungato ventennio di crisi. In ordine cronologico si possono enumerare i seguenti macro eventi: la crisi economico-finanziaria della fine primo decennio 2000, la crisi del debito pubblico, il terrorismo di matrice islamica, la guerra tra Ucraina e Russia nella regione del Donbass, la crisi migratoria, la Brexit e, non da ultimo, appunto, il Coronavirus. Rispetto a questi sconvolgimenti gli euroentusiasti potrebbero anche ribadire che gli eventi abbiano, bene o male, spinto in avanti il processo di integrazione. Come dire: in fondo, dalla crisi economico-finanziaria è originata (scaturita, emersa) l’Unione bancaria; da quella del debito pubblico, metodi di coordinamento delle politiche economiche e di bilancio più stringenti; dal terrorismo, un approfondimento della politica di sicurezza interna; dal conflitto a Est, tra Russia e Ucraina, un maggiore confronto sulle questioni della Difesa; dalla crisi migratoria, forme nuove di gestione comune degli arrivi di persone in Europa; dalla Brexit, la consapevolezza di poter sopravvivere all’uscita di un Paese membro dell’Ue. Infine, la pandemia ha dimostrato che, se c’è volontà politica, l’Unione europea può addirittura intervenire direttamente nell’economia attraverso forme di mutualizzazione del rischio sui mercati finanziari (emissione di titoli di debito). Insomma, per dirla con Winston Churchill, si potrebbe dire che i leader europei abbiano interiorizzato lo storico «never let a good crisis go to waste». Oppure, per dirla con Jean Monnet, che «l’Europa sarà forgiata dalle sue crisi e sarà la somma delle soluzioni trovate per risolvere tali crisi». Ma stiamo davvero forgiando l’Europa?

La rinascita dei partiti sovranisti

Dopo aver raccolto le voci di diversi attivisti in giro per il Continente, la risposta non può che essere negativa. Anzi, la prospettiva “costruttiva” di Monnet dovrebbe probabilmente lasciare posto a un’interpretazione gramsciana dello stato attuale che vive il Continente: «Crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere». Per rafforzare l’affermazione si può citare, forse, il ritorno in auge di partiti con posizioni radicalmente opposte al processo di integrazione europea – soprattutto per come quest’ultimo e stato portato avanti da governi e istituzioni nazionali ed europee dagli anni Novanta in poi. Certo, si potrebbe dire che si sia trattato spesso di un fuoco di paglia: le posizioni anti Euro sventolate da Movimento 5 Stelle e Lega in Italia, nel corso degli ultimi anni, sono un buon esempio. Ma resta un dato di fatto: oggi, qualsiasi partito euroscettico in Europa potrebbe tranquillamente raggiungere la doppia cifra in un qualsivoglia contesto elettorale. Oltralpe, un partito nazionalista e xenofobo come il Rassemblement National (Rn) di Marine Le Pen raccoglie consensi enormi tra i giovani (a proposito di tabù da sfatare: i giovani non dovrebbero essere intrisecamente pro Ue?). Per non parlare del recente fenomeno Zemmour, condannato per incitamento all’odio razziale e religioso e ora candidato per l’estrema destra alle presidenziali francesi.

Manca un dibattito onesto

Ecco, alla luce di questo excursus, Propaganda Europa rischia forse di soffiare sul cosiddetto vento “populista” (in realtà ormai trasformato in “sovranista”) ed essere etichettato, esso stesso, come un volume “anti europeista”. Il giudizio spetterà ai lettori. È però mia convinzione che sia tempo di ammettere che la forza, a tratti contagiosa, di chi parla apertamente di uscita dall’Unione europea e dal sistema monetario (per gli scenari che promette in termini di rilancio dell’economia e del welfare) derivi, in primo luogo, dall’incapacità del progetto di integrazione a scendere a patti con le sue contraddizioni e del panorama politico partitico tradizionale di proporre soluzioni concrete. A ciò si aggiunge, almeno per quanto riguarda l’Italia, un settore giornalistico che ha abdicato al suo ruolo di moderatore di diverse opinioni. Il risultato? Manca un dibattito onesto sul merito delle questioni europee. In tutto ciò, sebbene alcuni movimenti politici transnazionali abbiano provato negli ultimi anni a scuotere l’Unione, l’impatto delle loro azioni rimane ancora tutto da valutare e misurare.

Per un’Europa più giusta

Per illustrare questi deficit politici e narrativi, in Propaganda Europa si prova ad accendere una luce su alcune questioni che, nel corso degli ultimi anni, sono state direttamente o indirettamente influenzate dalle politiche europee, ovvero la questione dell’accoglienza e delle migrazioni, dello Stato di diritto e dello sviluppo del welfare. Il risultato può apparire sconcertante: le azioni dell’Ue in certi casi minano i diritti fondamentali dei migranti, indeboliscono il welfare state nazionale e non rafforzano necessariamente chi, sul campo, lotta per il rispetto dello Stato di diritto. Alla luce di questi trend, in un contesto di assenza di un dibattito razionale e non ideologico, il rischio più grande che corre il progetto europeo – che sia quello istituzionale o quello di una generica altra Europa – è quello di una lenta e inesorabile morte per asfissia, fatta di centinaia, migliaia, se non milioni di cittadini e attivisti che, di fronte alle contraddizioni in questione, e alla grottesca incapacità di riformarsi dell’Ue, potrebbero ritenere più entusiasmante ritrovare il senso della politica – ovvero di un conflitto democratico tra destra e sinistra, tra progressismo e conservatorismo, tra apertura e chiusura – altrove. Magari a livello nazionale. In questo senso, per i difensori a oltranza dell’integrazione, Propaganda Europa può anche essere letto come un campanello d’allarme.

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