Editoriale

Accoglienza e migranti: superare i decreti Salvini

Miraglia superare decreti Salvini

Dopo mesi di attesa e di rinvii, passata la tornata elettorale, il Consiglio dei ministri ha finalmente approvato un decreto legge che supera parte delle norme ideologiche costituenti il cuore della politica leghista in tema di immigrazione. Il provvedimento segna un’inversione di tendenza e ripristina alcune norme giuste e praticabili nel settore dell’accoglienza e del diritto d’asilo. La speranza è che si tratti di un cambio di atteggiamento delle forze di centro sinistra, in primo luogo del PD, finora succubi dell’egemonia della destra xenofoba.

Cosa cambia?

L’intervento legislativo, oltre a cancellare alcune delle norme più illiberali contenute nei decreti Salvini, introduce elementi di novità importanti.
Anzitutto c’è la possibilità di convertire molti permessi di soggiorno temporanei in permessi di lavoro: una modifica rilevante, seppur limitata ad alcune tipologie, perché supera la logica dell’incomunicabilità tra i titoli di soggiorno temporanei e quello per lavoro. Se, ad esempio, una persona presente legalmente in Italia per ragioni artistiche trova un lavoro stabile, non avrà più bisogno di tornare a casa e aspettare il prossimo decreto flussi (peraltro atteso da più di 10 anni), sperando di rientrare nelle quote previste: gli sarà sufficiente chiedere la conversione e restare in Italia per lavorare. Con un po’ più di coraggio e lungimiranza si sarebbe potuto prevedere la conversione anche per le persone richiedenti asilo che, dopo anni di attesa, spesso lavorano con contratti a tempo indeterminato e rischiano di essere cancellate dall’esito negativo della procedura d’asilo. Ma è, comunque, un primo passo.

SPRAR e cittadinanza

Sul diritto d’asilo e l’accoglienza ci sono, inoltre, due novità positive: il ripristino di una forma di protezione aggiuntiva a quella internazionale prevista dalle direttive europee (sussidiaria e asilo), che recepisce gli «obblighi costituzionali o internazionali» richiamati dal presidente Mattarella all’atto della firma del primo decreto Salvini, e il ritorno delle persone richiedenti asilo nel sistema pubblico dei Comuni (quello che un tempo si chiamava SPRAR e ora diventa SAI). Prima dei decreti leghisti, l’Italia registrava una media di risposte positive alle richieste di permesso di soggiorno del 40% (solo leggermente inferiore a quella dell’Unione Europea), poi dimezzata dalla cancellazione del soggiorno per ragioni umanitarie, con conseguente aumento di ricorsi e irregolari. Oggi c’è l’occasione per tornare a essere un Paese dove presentare una richiesta d’asilo significa accedere a un diritto internazionalmente riconosciuto e garantito dalla Costituzione (e non approfittare della generosità altrui, come ripetuto dalla propaganda razzista).

Dove, invece, è mancato il coraggio di cambiare realmente è in materia di concessione della cittadinanza: aver ridotto a tre anni gli anni d’attesa per la richiesta d’accesso, dai quattro introdotti dai decreti  Salvini, non cambia, infatti, di molto il segno del rapporto tra il nostro Paese e i nuovi cittadini.

Poco coraggio con le ONG

Quanto alla disciplina delle ONG che effettuano ricerca e salvataggio c’è, almeno sulla carta, il ripristino di una situazione prossima alla normalità. Si sarebbe potuto (e dovuto) arrivare alla cancellazione totale – e non alla semplice riduzione – delle odiose multe introdotte dai decreti Salvini, evitando di perpetuare, anche solo simbolicamente, la criminalizzazione delle ONG, ma c’è stato, evidentemente, il cedimento a quell’anima della maggioranza di cui fa parte l’attuale Ministro degli Affari esteri, che, è bene ricordarlo, fu il primo a parlare, al riguardo, di taxi del mare. Vedremo a breve se il Governo cambierà davvero politiche o continuerà ad usare espedienti per impedire la navigazione di chi salva vite umane.

La speranza è che il nuovo decreto consenta di tornare a intervenire in questo ambito in maniera ragionevole, oltre che giusta ed efficace. Ma la strada è ancora lunga: navi quarantena, accordi con la Libia, gestione delle frontiere, accoglienza dignitosa e patto europeo sono le tante contraddizioni che non ci consentono di parlare ancora di discontinuità con la stagione del razzismo istituzionale.

Filippo Miraglia

Una versione più estesa di questo editoriale è apparsa su Volere La Luna

PER APPROFONDIRE

Filippo Miraglia è Presidente di Arci Culture Solidali e dirigente nazionale Arci. Da sempre interessato ai temi della migrazione e del diritto alla cittadinanza, per Edizioni Gruppo Abele ha scritto insieme a Cinzia Gubbini il libro-intervista Rifugiati. Conversazioni su frontiere, politica e diritti. Ha anche redatto alcuni dei capitoli di Il razzismo è illegale.