Editoriale

Dalla genitorialità al parentainment: quando le famiglie sono social

Recentemente la giornalista Selvaggia Lucarelli, sui suoi canali, ha denunciato la pratica sempre più comune da parte di molti genitori di postare i propri figli minorenni sui social. Pratica che è diventata di fatto un lavoro per molte personalità del mondo digital, che fra social network e blog condividono la loro genitorialità. E, ovviamente, anche la loro prole.

Sharenting: condividere la genitorialità

Tecnicamente viene definito sharenting, dall’inglese to share, condividere, e parenting, l’essere genitore. Detto in maniera più semplice significa condividere le immagini, i video e le storie dei figli sui social media, da Facebook a Instagram, passando per TikTok. Una pratica che apre a numerose perplessità relative alla sicurezza dei minori, al non rispetto della loro privacy e al bisogno del genitore di portare i figli in un ambiente, quello social, in cui i bambini non dovrebbero entrare. Un ambiente scarsamente controllabile, di libero accesso, e dove le immagini e le vite dei minori possono essere date in pasto – letteralmente – a chiunque.

Non tutte le condivisioni sono uguali

Nello stesso tempo, però, non tutte le condivisioni sono uguali e, come racconto nel libro La vita dei bambini negli ambienti digitali, non sempre è facile tracciare una linea netta di demarcazione tra ciò che è giusto fare e ciò che non lo è.

Ci troviamo sempre più spesso di fronte a un fenomeno nuovo dai contorni molto più inquietanti. L’ho definito parentainment, ovvero la genitorialità che diventa intrattenimento, show, un contenuto alla ricerca di consensi. In rete troviamo numerose mamme e papà influencer, così come anche tante famiglie influencer, che raccontano il loro essere genitori portandoci dentro le loro famiglie e mostrandoci la loro quotidianità. Pagine e profili aperti magari con buone intenzioni, come il voler raccontare una genitorialità differente oppure denunciare pubblicamente la scarsa importanza data ai padri che crescono i propri figli – spesso chiamati mammi, come se la genitorialità fosse una prerogativa esclusivamente femminile – e chiedere alla politica l’aumento dei giorni di congedo parentale anche per i papà. Battaglie importanti ma che rischiano di diventare l’ennesimo contenuto di intrattenimento, che per emergere e trovare follower e like deve in qualche modo divertire e cavalcare l’onda del momento.

Genitorialità alla prova dei like

Tra una storia e l’altra, poi, ecco comparire quasi sempre le sponsorizzazioni di prodotti vari, tra cui ultimamente sono esplose quelle dei servizi di psicologia online, con relative offerte se si inseriscono i codici promozionali dati in dono ai propri seguaci. Il punto non è cosa è giusto sponsorizzare e cosa non lo è, oppure se si portano avanti delle battaglie sociali importanti oppure no, sebbene certamente faccia la differenza. Ma, forse, non ci stiamo interrogando abbastanza a fondo su cosa succede alla genitorialità quando viene piegata alla logica del like. Se alcuni di questi influencer, con migliaia o milioni di follower, vengono presi come modelli a cui ispirarsi, come dobbiamo comportarci davanti a un loro consiglio sul come fare i genitori – ovviamente opinioni e abitudini personali, sia chiaro – che subito diventa trend social e mode fra i genitori di tutto il mondo? E ancora, quanto questi consigli sono scevri dalle logiche di mercato, quanto sono liberi dal giogo dell’algoritmo? Un influencer potrebbe parlare del tutto onestamente del brand che gli ha fornito il passeggino, l’omogeneizzato o qualsiasi altro prodotto? Indipendentemente che quelli dati siano buoni consigli o pessimi esempi, diventa facile immaginare le ricadute sociali (e non solo social) che queste influencer family hanno.

E poi ci sono i bambini

E poi, ovviamente, ci sono i bambini. Che entrano continuamente nelle storie, nei post, nei reel e nei video di TikTok. Continuamente. Li vediamo a tavola, in bagno, mentre fanno sport e quando incontrano i nonni. Al mattino al risveglio, o la sera quando giocano nella loro nuova cameretta. A volte li vediamo anche quando c’è da fare una sponsorizzazione, visto che può capitare che siano proprio loro ad aprire i pacchetti o a ricevere i “regali” di qualche azienda. Oppure, se il bambino è piccolo, perché non fare una bella pubblicità con il bambino tenuto bene in vista nella fascia? Bambini e bambine che finiscono in pasto a migliaia, milioni, di persone e che scorrono sui feed di tutti noi, perfetti sconosciuti, tra un gattino e l’ennesima polemica social. Bambini che sono al centro delle politiche sulla privacy, salvo chiudere un occhio quando diventano il mezzo perfetto per vendere qualcosa.

Sembra che per questi genitori influencer, così attenti a raccontare la normalità delle loro famiglie, la privacy dei loro figli non abbia alcun peso. Oppure che sia giusto sacrificarla, in nome di un qualche interesse maggiore non meglio specificato.

Di certo, non dobbiamo abituarci a tutto questo. Perché la normalità non può essere portare i propri figli in rete in cambio di una manciata di follower, commenti e condivisioni. La genitorialità può, e deve, essere qualcos’altro.

Alberto Rossetti


Alberto Rossetti è psicologo e psicoterapeuta specializzato in infanzia e adolescenza. È autore del libro La vita dei bambini negli ambienti digitali.

IL LIBRO

La vita dei bambini negli ambienti digitali
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