Editoriale

Il lato oscuro del calcio: farmaci, tumori, SLA

Dopo la morte di Gianluca Vialli, la richiesta di maggior chiarezza sulla correlazione fra mondo del calcio e incidenza di malattie come tumori e SLA è tornata prepotentemente nel dibattito pubblico. In una recente intervista, anche Dino Baggio – compagno di squadra di Vialli – ha chiesto che si tornasse a investigare sulle sostanze che i calciatori assumevano in passato per migliorare le prestazioni.

I dati sono eclatanti e inquietanti: l’insorgenza di queste malattie fra i calciatori di serie A e B ha un’incidenza di sei volte maggiore rispetto al resto della popolazione.

Nel 2015 Lamberto Gherpelli firmava un libro documentatissimo: Qualcuno corre troppo. Il lato oscuro del calcio. Usciva, appunto, nel 2015, dopo 5 anni fra i più luttuosi del mondo calcistico (fra il 2010 e il 2015, fra gli altri, morirono fra i 37 e i 68 anni di SLA o tumore Benedetti, Bertuzzo, Rognoni, Zuccheri, Petrini, Viganò, Imbriani, Ferruccio Mazzola, Borgonovo, Zucchini, Aldo Maldera, Rosato, Musiello, Pinotti. Qui un approfondimento di Marco Bonarrigo sul Corriere della Sera).

Qualcuno corre troppo indaga la pratica del doping ma anche l’uso – e l’abuso – di farmaci leciti nel mondo del calcio. E già allora il volume metteva in luce – riprendendo l’inchiesta della procura di Torino del 2012 – la correlazione fra SLA e mondo del calcio: un’incidenza di 24 volte maggiore rispetto alla popolazione.

Qui di seguito riproponiamo la prefazione di Damiano Tommasi (calciatore e presidente di Assocalciatori dal 2011 al 2020) e l’introduzione dell’autore Lamberto Gherpelli.

Parole scritte quasi dieci anni fa, ma che potrebbero essere state pubblicate l’altroieri.


 

Prefazione
di Damiano Tommasi

Riflessioni, interrogativi, tragedie e dubbi in un numero limitato di pagine potrebbero sconvolgere qualsiasi sportivo. Un misto di delusione, rabbia, preoccupazione, curiosità e voglia di reagire, infatti, sono i sentimenti che emergono dalla lettura di fatti ed episodi che distribuiti su quasi cento anni di storia sembrano annacquati ma se raccolti in poche pagine allarmano, forse anche più del dovuto.

Farmaci leciti e pratiche lecite che diventano con gli anni farmaci illeciti e pratiche illecite. Sostanze dopanti sempre più sofisticate e apparentemente sempre un passo avanti rispetto ai controlli. Si passa da abitudini superficialmente sottovalutate a fenomeni troppo dannosi per la salute per non preoccuparsi.

Il doping e l’abuso di farmaci sono figli certamente, come sottolinea Velasco, di una cultura distorta che prevede rimedi farmacologici per qualsiasi problema. È cresciuto negli anni un mercato dei farmaci per bambini che alimenta costantemente un futuro esercito di “indifesi” e bisognosi di supporto esterno. La fatica, il sonno, la stanchezza o l’iperattività sono diventate “malattie” da curare e da lì, forse, ha inizio il percorso che arriva fino alle pagine di questo libro.

Come non accettare e “condividere” di aver bisogno di un aiuto quando si fa un’attività professionale che esige di essere al cento per cento? Non si può saltare un allenamento e non si può mancare una partita. Qual è, quindi, il freno che può rallentare la corsa all’armadietto dei farmaci? La paura del dopo? L’etica del risultato con i propri mezzi? La tagliola delle sanzioni? La deontologia professionale di quanti “curano” gli atleti?

Da atleta e dirigente sportivo credo che prima dei controlli e prima delle sanzioni serva una presa di coscienza di tutto l’ambiente sportivo, calcio e non solo. Capire il limite oltre il quale non si può andare, convincersi che anche se leciti i farmaci vanno maneggiati con cura, affidarsi a mani coscientemente responsabili non solo dei nostri risultati ma anche della nostra salute sono passaggi culturali obbligatori, difficilissimi, ma obbligatori!

Non so se è un campanello d’allarme o un atto d’accusa, di certo questo testo è un grande punto interrogativo. Da dove iniziare? Quali tasti toccare? Il video promosso dall’Associazione Italiana Calciatori sull’abuso di farmaci cerca di toccare, a mio avviso, il tasto più importante, quello della consapevolezza. Se ognuno di noi, che facciamo parte del mondo dello sport, si rende conto che oltre al risultato “bugiardo” deve combattere anche i postumi di salute di una carriera sportiva i punti di domanda davanti all’armadietto dei farmaci diventeranno linee guida imprescindibili.

Non tutti vedono negli atleti eroi, idoli e fenomeni sportivi. Spesso il campione diventa macchina da soldi, gallina dalle uova d’oro da spremere finché si è in tempo, prodotto da sfruttare e poi sostituire con il prossimo campione. Questa percezione spesso si sposa bene con la bramosia del risultato e il guadagno immediato che attirano ragazzi poco propensi a pensieri lungimiranti. L’atleta si scoprirà, così, solo e protagonista di un percorso tortuoso tra scelte e insicurezza, fiducia e preoccupazione ma soprattutto orgoglio.

Mi auguro, allora, che le storie raccontate in questo libro e le non chiare tragiche vicende risveglino proprio quell’orgoglio e, insieme, la responsabilità di quanti ancora credono nello sport e nei suoi valori.


Introduzione
di Lamberto Gherpelli

Insistiamo a chiamarlo calcio, ma non siamo in grado di affermare cosa sia diventato. Continuiamo per inerzia a seguirlo, alla ricerca delle stesse emozioni che ci concedeva nella nostra adolescenza ma, col passare degli anni, sullo spettacolo e il senso di gioia vincono il rimpianto, l’amarezza e, sempre più spesso, il dolore e il lutto. Dopo l’ennesima e sconcertante inchiesta sul calcio scommesse e le minacce degli ultrà, il Campionato ripete sempre il suo rito. Ci sono gli stadi che vengono abbandonati dalle famiglie, pattugliati da tornelli dotati anche di lettore “barcode” e popolati da gruppi violenti dediti all’odio razziale. Ci sono i calciatori, gli eroi dei ragazzini, che troppo spesso tradiscono e mentono sapendo di tradire e di mentire. Ci sono campioni che hanno già appeso le scarpe al chiodo ma che rifiutano di discutere di vicende scottanti. Ci sono medici virtuosi che dedicano la loro vita alla ricerca, dopo che loro colleghi senza scrupoli hanno avvelenato le vite di tanti giovani. Ci sono allenatori e giocatori sempre presenti negli eventi importanti, che fingono di essere solidali per una sera e poi spariscono fra le domande dei giornalisti e i flash dei fotografi.

C’è un calcio sempre più malato e ci sono ex calciatori che muoiono probabilmente per colpa del calcio, il loro primo amore. Come afferma Gigi Garanzini, facciamo fatica a convivere con un calcio «geneticamente modificato». In un mondo sbagliato si è radicata la convinzione che si possa vincere solo barando, anche con se stessi, anche con la propria salute. I farmaci antinfiammatori, i cosiddetti Fans (non intesi come tifosi), il nandrolone, le anfetamine, le siringhe e le flebo, lasciamoli ai mercanti senza coscienza, ai disonesti. Quando lo sport più bello del mondo apre il suo vaso di Pandora, si ha il presentimento che possa uscire il peggio e che questo mondo vada sempre più deteriorandosi. Ma se si va a indagare più a fondo, cominciando dagli anni Cinquanta e dall’inizio degli anni Sessanta, anni di ottimismo, in tempi apparentemente non sospetti, si trovano invece molte prove dell’abuso di farmaci da parte di numerosi club, con il sospetto che anche allora c’era chi ricorreva al doping.

Ci sembra di vivere come nell’ultima opera di Verdi, il Falstaff, non riuscendo a comprendere se ci troviamo immersi in un sogno o nella realtà. Dovevano infatti trascorrere ben otto lustri per riuscire a scuotere prepotentemente le coscienze. Ci hanno pensato le vedove, come Gabriella Beatrice, gli orfani e i calciatori che sono usciti dal buio, testimoniando le cose che accadevano negli spogliatoi.

C’è bisogno di aria nuova, di una ventata culturale che produca, nello sport in generale e non solo nel calcio, un’indignazione collettiva che riponga al primo posto la tutela della salute degli atleti. Purtroppo, invece, ci stiamo abituando a tutto e non ci si stupisce più per niente. Come altri sport, il mondo del calcio preferisce ignorare la questione del doping. Anche di fronte alle rivelazioni di ciclisti come Lance Armstrong, che fanno comprendere quanti segreti si nascondano dietro lo sport di alto livello, molti addetti ai lavori sostengono che tutto va bene: «Il doping? Semplicemente non esiste nel calcio», vi direbbero. Il calcio, essi sostengono, è fatto di tecnica e tattica: «Non si trasforma, con l’Epo, un giocatore modesto in un fuoriclasse. Quindi non c’è bisogno per i calciatori di abusare di farmaci o sostanze proibite, e di conseguenza non c’è bisogno di test rigorosi ». Si tratta di difese d’ufficio, inconsistenti sul piano dei contenuti. È sufficiente, infatti, l’obiezione che, a parità di doti tecniche e tattiche, prevale il calciatore iperpotenziato nei muscoli e nelle capacità respiratorie. Dall’altro lato, gli stessi tifosi vogliono solo vincere, non importa come, e sono sempre pronti a difendere e giustificare il loro campione o la loro squadra anche se hanno barato. Ma poi vengono i morti.

Collegare automaticamente ogni morte prematura all’uso del doping sarebbe, evidentemente, ingiustificato. È una premessa doverosa, che impone prudenza nell’analisi e su cui torneremo nel seguito. Ma ciò non può andare a discapito del rigore e dell’impegno nell’analisi del doping nel calcio. A ricordo di chi (spesso inconsapevolmente) è stato da esso travolto, e in omaggio a chi con la sua bravura e il suo impegno ha infiammato gli stadi. Di qui il modesto contributo di questo libro che rappresenta un tentativo di fare chiarezza, al di fuori di ogni generalizzazione, retorica o scandalismo e senza alcun interesse economico dell’autore (con conseguente rinuncia dei diritti relativi alla pubblicazione in favore del Gruppo Abele). L’obiettivo è far comprendere la dimensione reale dei problemi, fornire un messaggio ai giovani e creare una nuova consapevolezza in quanti credono ancora nel calcio.

Ho raccolto le informazioni e le notizie riportate nel testo dai pochi libri e dai numerosi siti che si occupano del tema, da quotidiani e periodici (sportivi e non) e da molte interviste dirette effettuate nel corso degli anni. Ringrazio tutti coloro che, con la loro collaborazione, hanno reso possibile questo lavoro. Un ringraziamento particolare devo, peraltro, a Milton Dazzi, Rubes Porchera, Paolo Rossi (omonimo dell’ex calciatore) e, soprattutto, ad Alessandro Donati, che mi ha incoraggiato, sostenuto e indirizzato con consigli, informazioni e revisioni del testo, anche al di là di quanto in esso specificamente indicato.

IL LIBRO

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