Editoriale

La favola di Donald Trump raccontata da Gianni Minà

Editoriale Trump

A una settimana dal voto negli Stati Uniti che eleggerà il suo prossimo presidente fra Donald Trump e Joe Biden, abbiamo ripreso in mano il libro Così va il mondo. Conversazioni su giornalismo, potere e libertà, un libro intervista fra il grande giornalista Gianni Minà e Giuseppe De Marzo, attivista e giornalista anch’egli. Il dialogo fra i due tocca tanti temi della vita americana, dal capitalismo alla narrazione pubblica, oltre che raccontare il rapporto fra Gianni Minà e il Sudamerica e le tante storie e interviste leggendarie che hanno caratterizzato la sua vita umana e professionale.

Un tycoon alla Casa Bianca

Uscito in libreria il 19 aprile del 2017, la conversazione non poteva dunque esimersi dall’affrontare il grande tema dell’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca – il mandato del tycoon come quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti iniziò ufficialmente il 20 gennaio 2017 – e per Giuseppe De Marzo l’occasione era troppo ghiotta: Gianni Minà aveva conosciuto e vissuto l’America in maniera così profonda e viscerale che la sua lucida analisi su Donald Trump sarebbe stato ottimo materiale per il libro che stavano scrivendo.

Proponiamo un estratto dal capitolo 4, Gli Stati Uniti: specchio della crisi. Le domande di Giuseppe De Marzo sono in corsivo.


Gli Stati Uniti: specchio della crisi

 

Arriviamo così a Trump, nuovo presidente degli Stati Uniti. In Italia fin dai primi giorni dopo l’elezione è circolata una sua biografia con il titolo Trump. Uno di noi. Che ne pensi?

Il libro era allegato al quotidiano Libero, giornale berlusconiano seppur a intermittenza. Mi pare quindi coerente il titolo Uno di noi. A cominciare dal fatto che anche Trump ha avuto qualche problema con la giustizia…

Al di là della battuta, perché secondo te i nordamericani hanno scelto Trump?

Perché dà sicurezza riguardo ai loro piccoli interessi. Gli americani hanno fondato la loro leggenda sul lavoro senza protezione e sul lavoratore “perbene”, quello che non mette mai in crisi il padrone. E Trump interpreta questa leggenda. Ma si tratta di una retorica che è ormai finita, lasciando il posto allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, al capitalismo più bieco. E gli americani se ne accorgeranno presto. Il work people se ne accorgerà, quando aumenteranno – e aumenteranno – quelli che vivono sotto i ponti o sui marciapiedi, come gli immigrati del Sud America.

Dunque l’America ha scelto Trump solo per una anacronistica illusione destinata a infrangersi con la realtà?

No. Anche perché l’elettore americano vuole il dominio del proprio Paese sul mondo intero. Mi dispiace dirlo, perché amo molto l’America e molto di quello che mi piace è nordamericano. Salvo la politica. Mi dispiace ripeterlo ma è cosi. E l’elezione di Trump è coerente con questa impostazione che è stata rafforzata dal rifiorire dei golpe espliciti o mascherati (in Brasile, Venezuela e nella stessa Argentina). Interventi tesi a ripristinare le vecchie strategie che dovrebbero restituire agli Stati Uniti il dominio nel subcontinente e hanno angustiato per anni l’America latina.

Ma perché, in questa prospettiva, si è scelto Trump e non Hillary Clinton?

Perché la Clinton suscitava troppi sospetti: fra i più raffinati, perplessi per la sua storia, da sempre guerrafondaia; nell’America dei più poveri e degli esclusi, consapevoli che Hillary è stata sempre, fin da giovane, partecipe del sistema economico neoliberista e disonesto; fra i giovani e i meno giovani che ancora non hanno ceduto allo status quo e che hanno creduto ai progetti del socialista Bernie Sanders.

Detto questo, qual è il tuo giudizio sul nuovo presidente? Con quale aggettivo lo definiresti?

Io userei il termine “ignorante”. L’ignoranza è la sua caratteristica più estrema, più evidente. Lo dicono gli stessi americani! La parola più consona e proprio “ignorante”, uno che non sa, uno che ha letto pochi libri, soprattutto di quelli che servono. Uno che incarna l’affermazione becera secondo cui con la cultura non si mangia. Basta pensare al suo disprezzo per i media e gli intellettuali. A me, le sue prime esternazioni hanno fatto venire in mente un personaggio folkloristico del nostro calcio degli anni Sessanta, il presidente del Catania, Angelo Massimino, a cui, per i tanti anni di conduzione, e ora intitolato lo stadio cittadino.

Facci capire meglio…

Anche Massimino aveva un cattivo rapporto con i media e così un giorno decise di mettersi all’entrata dello stadio con i biglietti in saccoccia stabilendo lui chi poteva entrare e chi no. Perché si considerava il padrone dello stadio, dimenticando che erano gli spettatori e i giornalisti, nell’epoca di una televisione ancora agli esordi, ad assicurargli il fatturato. D’altronde, quel piccolo particolare non lo avevano considerato nemmeno gli spettatori, tanto che Massimino era anche quello che “faceva la formazione”. Gianni Di Marzio, il giovane allenatore succeduto a Rubino che avrebbe riportato il Catania in serie A, mi ha raccontato che una sera in cui aveva espresso la sua preoccupazione sulle condizioni del tempo dicendogli: «Presidente qui c’è foschia», Massimino, sicuro e baldanzoso, aveva replicato: «E che ce ne importa a noi! Gli mettiamo addosso Rambaldelli e abbiamo risolto!». Rambaldelli era il terzino sinistro della squadra catanese…

Ma, riflettendoci bene, più dell’eloquio italiano di Massimino (costruttore edile siciliano che soleva affermare: «Nella vita c’è chi può e chi non può, io può!») lascia senza fiato l’atteggiamento di Trump, presidente del Paese in teoria più libero e democratico del mondo, persino inaspettato in una nazione dove il presidente neoeletto non sembra calcolare molto il diritto degli altri. A proposito di questa scarsa considerazione dei diritti degli altri lasciami fare un inciso.

Ti ascolto.

C’è di questa scarsa considerazione una vicenda esemplare accaduta, proprio in questi giorni, nel nostro Paese, dove il presidente della Repubblica Mattarella ha graziato l’agente Cia Sabrina de Sousa, facente parte del manipolo che nel 2003 a Milano aveva sequestrato Abu Omar, imam della città, e lo aveva trasferito, con la connivenza dei nostri servizi, al Cairo dove si poteva interrogare, facendo uso di torture, un sospetto terrorista. Cosa che non era possibile in Italia. È inquietante notare che, dopo pochi anni, Abu Omar e stato liberato in Egitto con un saluto e una semplice dichiarazione: «Scusi ci siamo sbagliati».

Torniamo a Trump.

Che altro posso dire? Stupisce che gli Stati Uniti non solo gioiscano per l’elezione di Trump, come se fosse un fatto positivo per il futuro dell’umanità, ma addirittura considerino il neoeletto presidente nordamericano degno di essere raccontato come in una favola. Almeno cosi dice la sua pubblicità. C’è di che essere preoccupati, ma per ora il mondo onesto ha resistito.

Da quanto hai detto mi par di capire che, per te, l’elezione di Trump non è sorprendente ed è stato piuttosto Obama a essere, come hai detto, una “variante calcolata” o un errore della storia.

Ho questo timore. Anche perché il rinculo è fortissimo, con una durezza da vecchi cowboy e in un attimo l’America progressista che Obama, pur con tutti i suoi limiti, aveva tentato di mettere in piedi, si sta frantumando. Forse perché quell’America non era così forte come affermavano Occupy Wall Street e Bernie Sanders. O forse perché – e ciò vale per tutte le esperienze di governi di sinistra – non si può essere progressisti a metà, perché il moderatismo alimenta il malcontento dei suoi sostenitori e provoca reazioni peggiori.

Sbaglio o Trump è perfetto per interpretare la geopolitica oggi in voga, fondata sulla guerra globale e permanente?

Non sbagli. Trump rappresenta perfettamente questo momento di grande mediocrità della civiltà occidentale. Doveva esserci uno come lui. E l’hanno costruito come una sorta di cowboy moderno. Uno secondo cui, in caso di bisogno, la guerra è ineluttabile, si fa. Del resto guarda il suo governo: è composto solo da miliardari e generali! E per risolvere i problemi migratori si costruisce un muro di migliaia di chilometri che divida ancor più dal Messico.

PER APPROFONDIRE

Così va il mondo, di Gianni Minà e Giuseppe De Marzo

 

L’immagine dell’editoriale è di heblo da Pixabay