Editoriale

Una scuola antitetica alla mafia, di Tomaso Montanari

Un grande fiorentino adottivo che ha dedicato la sua vita alla lotta contro tutte le mafie, Antonino Caponnetto, non si stancava di ripetere che «la mafia teme la scuola più della giustizia». E tutti noi lo sappiamo, e lo ripetiamo. Ma se non vogliamo che il 21 marzo, giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, resti solo vuota celebrazione, se vogliamo che quelle parole profetiche ci scuotano fin nelle viscere allora dobbiamo chiederci: di quale scuola, di quale università, di quale cultura, hanno paura le mafie?

Combattere le mafie, dal basso

Danilo Dolci, mite profeta di giustizia, lo spiegava già nel 1955. Per vincere la mafia, scriveva

«occorre promuovere azioni politiche morali, dal basso. […] Educazione morale nei pubblici uffici, scuola sicura ai bambini e ai giovinetti – e scuola che collabori alla realizzazione del mondo nuovo. […] Proprio, in un certo senso, il contrario di come si sta facendo»

Il contrario di come si sta facendo: le parole, chiarissime, di Dolci colpiscono anche le nostre sicurezze di oggi. Invitano a convertirci: cioè, letteralmente, a cambiare strada.

Ma come si fa a formare cittadini, cittadini resistenti contro le mafie?

Sviluppo della cultura, ricerca della conoscenza

La chiave è il primo comma dell’articolo 9 della Carta, dove si dice che la Repubblica è fondata anche sullo «sviluppo della cultura» e sulla «ricerca scientifica e tecnica». Ora, quella «ricerca scientifica» va intesa nel senso più ampio possibile: è la ricerca di base, ma ancora prima è la ricerca della conoscenza. La ricerca della verità come diritto e dovere dei cittadini. È una concezione dello Stato frontalmente antimachiavellica: perché si fonda sul fatto che i cittadini non siano tenuti all’oscuro, ma invece sappiano. E sappiano perché sono stati provvisti degli strumenti cognitivi per cercare la verità. Si prende sul serio l’idea che la sovranità appartiene al popolo: mentre l’ignoranza si addice ai sudditi, il sovrano deve ricevere un’istruzione. Implicitamente, ma non troppo, la Repubblica si fonda sulla capacità dei cittadini di essere in dissenso: in dissenso con chi detiene, pro tempore, il potere; in dissenso con la maggioranza.

La scuola, prima di tutto

La scuola dovrebbe permettere di conoscere la realtà, ma anche offrire gli strumenti per criticarla. Non allora il luogo di formazione di chi si prepara a diventare un pezzo di ricambio per lo stato delle cose, ma una scuola in grado di trasmettere, accanto agli strumenti cognitivi e a quelli culturali, il pensiero critico necessario per essere cittadini. E dunque per esercitare un discernimento civico, anche in relazione al voto: la buona scuola è quella che interroga il mondo per cambiarlo, non quella che insegna ad adattarsi al mondo com’è.

La scuola della cosiddetta meritocrazia, cioè una scuola che di fatto seleziona per censo lasciando intatti i privilegi, invece, non forma alla giustizia, ma alla legge del più forte: che è proprio quella in cui la mafia si riconosce. «Una scuola che seleziona distrugge la cultura. Ai poveri toglie il mezzo d’espressione. Ai ricchi toglie la conoscenza delle cose»: sono parole di don Lorenzo Milani.

Da professore, oggi il mio impegno è questo: fare la mia parte fino in fondo per costruire una scuola e una università che facciano davvero paura alla mafia. E dunque, ripetiamo le parole di Danilo Dolci, una scuola e un’università che collaborino alla realizzazione di un mondo nuovo.

Un mondo libero, e giusto.

Tomaso Montanari


Il testo qui sopra è tratto dall’intervento di Tomaso Montanari a Firenze del 20 marzo 2021, in occasione della Giornata della Memoria e dell’Impegno in Ricordo delle Vittime Innocenti delle Mafie. Il testo completo si trova su Volere La Luna.

PER APPROFONDIRE

Cassandra muta. Intellettuali e potere nell'Italia senza verità
Dizionario enciclopedico di mafie e antimafia