Editoriale

B come Balcone

Editoriale B come balcone

Come cambia il nostro linguaggio in base al contesto? Possiamo “dire quello che vogliamo” sempre e comunque?

In questo estratto dal secondo capitolo di Trovare le paroleB come Balcone – Vera Gheno e Federico Faloppa si chiedono come l’ambiente in cui stiamo parlando influisca su quello che diciamo e come lo diciamo.


B come balcone

 

Non è per tutti facile comprendere che cosa siano e come funzionino i social. Per fortuna non occorre diventare a tutti i costi esperti da un punto di vista tecnico; basta imparare a rapportarsi in maniera sana ed equilibrata a questo mutato contesto comunicativo.

Una similitudine semplice da comprendere è quella del balcone. Se l’abitazione in cui viviamo è munita di un terrazzo, sappiamo che questo è parte integrante della casa: è di nostra proprietà. Tuttavia, normalmente siamo consapevoli che non si può agire allo stesso modo se siamo in salotto o se siamo sul balcone. Per essere più specifici, ci sono comportamenti che ci permettiamo di tenere tranquillamente negli ambienti chiusi di casa nostra, per esempio andare in giro seminudi, che potrebbero diventare un problema se li replicassimo in terrazza. Se decidiamo di uscire nudi sul balcone, è possibile che qualcuno ci veda e inorridisca, certo, ma anche che ci denunci per atti osceni in luogo pubblico. Eppure siamo sempre all’interno della nostra proprietà; semplicemente, in una parte di essa che segue regole diverse dal resto della casa.

Ecco, i social network sono paragonabili ai balconi delle nostre case: ci appartengono (o meglio, a essere precisi è come se li prendessimo in affitto, pagando le piattaforme con i nostri dati personali), li abitiamo, ma dobbiamo avere consapevolezza che sono spazi privati e pubblici allo stesso tempo, che proprio per questo richiedono di seguire delle precise norme di comportamento.

Qualcuno potrebbe pensare, con sollievo, che la questione si possa risolvere tenendo i propri profili social privati, cioè con i contenuti visibili solo agli “amici”: in realtà, questo spesso ci dà una falsa sicurezza, tanto da arrivare a parlare di questioni personali o sensibili in un gruppo privato o segreto su Facebook o su una chat di WhatsApp tra “pochi intimi”. Tornando al paragone con la casa, la differenza sta pressappoco tra avere un terrazzo che si affaccia su un cortile condominiale e uno che dà su una piazza trafficata: magari il numero di persone che possono vederci diminuisce, ma rimaniamo passibili di denuncia.

Per quanto sia ristretta la cerchia nella quale comunichiamo specifiche informazioni, o idee, o stati d’animo, non solo dobbiamo ricordare che non possiamo mai mettere la mano sul fuoco rispetto alle intenzioni o alla lealtà di tutti coloro che ne fanno parte, ma anche che ogni messaggio che inviamo non transita per davvero da noi all’altra persona o alle altre persone, ma dal nostro dispositivo a quello di qualcun altro. E non abbiamo nessuna certezza rispetto a dove si trovi, in ogni momento, quel dispositivo, a chi possa accedervi, a chi ce l’abbia in mano proprio quando arriva il nostro messaggio.

In più, le nostre parole – o le nostre immagini – sono riproducibili con estrema facilità: basta fare uno screenshot, ossia catturare la schermata del cellulare, del tablet o del computer (solitamente digitando una combinazione di tasti). Tra l’altro, a molti condividere una schermata appare meno grave che non rivelare un segreto a voce, come se mostrare un’immagine in qualche modo deresponsabilizzasse il delatore o la delatrice: «Io non ti ho detto nulla, ti faccio solo vedere quello che ha scritto X». Il prodotto di questa azione è semplicissimo da condividere in qualsiasi contesto e replicabile di fatto all’infinito. In breve, una volta che la nostra cattiveria, invettiva, ammissione etc. è stata screenshottata e ha iniziato a girare per la Rete, è quasi impossibile rimuoverla totalmente. Anzi: quanto più è imbarazzante e lesiva per la nostra reputazione, tanto più tenderà a farsi strada nei meandri di Internet. Una strategia preventiva, dunque, è molto più lungimirante: evitiamo di andare sul balcone in mutande!

C’è un distinguo molto importante da fare: non presentarsi nudi sul balcone non vuol dire che non si possa stare nudi in altri ambienti di casa propria (a patto di non disturbare i coinquilini, ovviamente); allo stesso modo, è sicuramente lecito avere opinioni talvolta anche “impresentabili”.

Sempre per continuare con il parallelo casalingo, quando siamo in bagno, magari sotto la doccia, soli con le nostre elucubrazioni, abbiamo la piena libertà di pensare ciò che vogliamo e formulare le opinioni in maniera completamente libera. Tuttavia, dobbiamo imparare a esprimere tali opinioni solo quando il contesto ce lo permette, quando siamo in grado di “reggere” le conseguenze dei nostri atti di comunicazione. Per esempio, se siamo nel tinello di casa nostra, con i nostri amici, possiamo quasi sicuramente permetterci battute sconce, osservazioni politicamente scorrette o dire oscenità: chi ci conosce, infatti, sa benissimo chi e cosa siamo per davvero; può contestualizzare anche la battutaccia, l’affermazione apparentemente irricevibile, la provocazione. A volte, i nostri profili social ci danno la falsa impressione di stare ancora chiacchierando con i nostri amici: lo possiamo chiamare «effetto tinello», ed è pericoloso, perché tendiamo a dimenticarci quanto essi siano, come già detto, uno spazio pubblico, in cui la comunicazione, di conseguenza, è dominata da regole differenti. Siccome la comunicazione è decontestualizzata (non ci siamo noi, con i nostri corpi, con la nostra voce, a spiegare il senso di quello che stiamo scrivendo o dicendo), siamo maggiormente fraintendibili. Quando poi una nostra affermazione viene fotografata e inizia a girare per la Rete fuori dal nostro profilo, ecco che subisce una seconda decontestualizzazione: a quel punto noi siamo solo un nome sconosciuto ai più che ha detto o scritto una cosa inaccettabile. Arrivati a ciò, è difficile difendersi dicendo «ero ironico», «sono stato frainteso», «era una battuta», «non intendevo offendere nessuno»; le persone amano sentirsi “dalla parte dei giusti” e tenderanno a lapidare sulla pubblica piazza la persona che ha fatto il passo falso.

Dunque, per concludere ricordiamo che ognuno è libero di avere opinioni impresentabili, “da bagno”; che con gli amici e i parenti, nel tinello di casa nostra, possiamo essere abbastanza tranquilli e rilassati nelle cose che diciamo, tanto gli altri ci conoscono, ci vogliono bene e ci comprendono; che quando usciamo sul balcone dei social, invece, dobbiamo valutare, molto attentamente, cosa sia il caso di condividere e cosa invece potrebbe portare a delle conseguenze anche molto gravi.

IL LIBRO

copertina di Trovare le parole, di Federico Faloppa e Vera Gheno