Editoriale

Clima: la colpa è nostra

All’indomani del G20 dedicato quasi prevalentemente al clima e della Cop26 – la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021 – ci sono ancora molte persone che, in maniera forzosamente scettica, si chiedono: ma i cambiamenti climatici sono davvero colpa dell’uomo? Oppure è un fenomeno naturale che non dipende se non in misura infinitesimale dai nostri comportamenti?

Il sottotesto è chiaro: perché sprecare tante risorse economiche per controllare un fenomeno che è, per definizione, incontrollabile?

Il fisico e docente Angelo Tartaglia ha scritto nel 2020 un libro dal titolo Clima. Lettera di un fisico alla politica. In questo agile volumetto Tartaglia redige una lettera aperta alla politica – italiana, in questo caso, ma il destinatario potrebbe essere di qualsiasi nazionalità – sul tema del clima e dei suoi cambiamenti.

Il secondo capitolo – qui riportato interamente – è drastico e non lascia adito a dubbi fin dal titolo: È colpa nostra.

Clima. Lettera di un fisico alla politica

cap. 2 – È colpa nostra

 

Prima di proseguire, c’è una domanda a cui occorre dare risposta: ma la causa dei cambiamenti e dei fenomeni di cui stiamo parlando sta davvero nell’attività e nei comportamenti dell’uomo?

Il punto chiave è noto e, rispetto ad altre epoche, nuovo, o comunque molto più accentuato.

Tutti noi siamo parte di un sistema socioeconomico globale che per funzionare ha un grande bisogno di energia. Oggi, l’81% di quell’energia (aggiungendo le biomasse arriviamo al 91%) è ottenuto mediante processi di combustione. La massima parte dei nostri motori è a combustione interna; molte attività industriali hanno alla base grandi impianti in cui si brucia qualcosa; l’energia elettrica che larghissimamente utilizziamo è per lo più prodotta in grandi centrali in cui si bruciano combustibili fossili; per riscaldarci per lo più bruciamo metano; per arare i campi bruciamo gasolio, e cosi via.

Ora, i processi di combustione immettono inevitabilmente – attenzione al termine, inevitabilmente – nell’atmosfera delle quantità di un gas divenuto famosissimo anche tra i più lontani da una cultura tecnico-scientifica: la CO2 o anidride carbonica (come si diceva un tempo) o diossido di carbonio (come prevalentemente si dice oggi). In particolare bruciare combustibili fossili immette in poco tempo in atmosfera quantità di CO2 che ne erano state sottratte milioni e milioni di anni fa e nell’arco, come minimo, di centinaia di migliaia di anni. E queste quantità si sommano a quanto viene già immesso naturalmente: dalla respirazione al metabolismo delle piante, dalla decomposizione di materia organica ai vulcani.

La CO2 non è un inquinante, nonostante quanto scrivano qua e là i giornali neo-green. Non è un veleno. Semplicemente – si fa per dire – tende a rendere l’atmosfera opaca, cioè a farle trattenere una parte della radiazione infrarossa emessa dalla superficie del pianeta verso l’esterno.

La Terra usufruisce di un cospicuo flusso di energia proveniente dal sole, energia cui l’atmosfera è in larga misura trasparente, come ci dicono, molto semplicemente, i nostri occhi. Di quel flusso, poco meno di un terzo viene riflesso tal quale verso l’esterno: dalle nubi, che sono bianche; dalle superfici innevate e ghiacciate; dalla superficie degli oceani in certe particolari condizioni di inclinazione dei raggi. Ciò che non viene riflesso, attraversando l’atmosfera viene in parte assorbito dall’aria, concorrendo a riscaldarla un poco. La parte maggiore, comunque, raggiunge la superficie del pianeta e lì viene assorbita divenendo l’ingrediente centrale di una quantità di processi e di fenomeni che coinvolgono la biosfera nel suo insieme e poi, ovviamente, il clima di cui oggi tutti (o quasi) ci preoccupiamo (almeno così sembra). Il clima è una macchina complicata i cui primi “motori” sono appunto il sole, la rotazione terrestre diurna e quella orbitale, e poi l’influenza gravitazionale della luna e una quantità di altri parametri. Toccare qualcosa nei meccanismi di questa macchina rischia di produrre conseguenze a scala molto più grande della perturbazione introdotta: mi viene in mente “l’apprendista stregone” di Goethe, anche nella versione disneyiana di Fantasia con protagonista Topolino.

Ma torniamo alla CO2.
A valle di tutti i processi che vengono alimentati dal flusso di energia entrante, la superficie della Terra, come qualsiasi sistema fisico che riceva energia, tende a conseguire un proprio equilibrio termico riemettendo quanto ha ricevuto. Tale approssimativo equilibrio corrisponde alla temperatura superficiale che conosciamo e misuriamo. Le leggi della termodinamica ci dicono che lo “spettro” della radiazione emessa da un corpo caldo (cioè la composizione in termini di lunghezze d’onda – nel campo del visibile potremmo dire il colore) dipende dalla temperatura alla superficie del corpo che la emette. Quella temperatura per il sole è dell’ordine di 5.500 °C e il massimo della radiazione emessa è nell’ambito del visibile (i colori dell’arcobaleno); nel caso del nostro pianeta la temperatura superficiale media cambia da luogo a luogo e nel corso dell’anno ma è dell’ordine della quindicina di gradi. Ciò significa che la radiazione riemessa ha frequenze molto più basse e lunghezze d’onda molto maggiori di quella solare: i nostri occhi non la vedono ma cionondimeno c’è e si colloca nell’ambito dell’infrarosso “medio”. Alcuni gas atmosferici, pur essendo – come si è detto – trasparenti alla luce del sole, risultano opachi all’infrarosso terrestre, il ché vuol dire che riassorbono la radiazione che arriva dal basso e si scaldano. Tra i gas con queste proprietà c’è la CO2, ma poi anche il metano che e più efficace nella cattura della radiazione infrarossa e, ancora più efficace, il vapore acqueo. Mi scuso per questa parentesi un po’ più tecnica, ma alla fin fine il meccanismo è semplice ed è quello che si chiama effetto serra: se la quantità di anidride carbonica (e degli altri gas “serra”) aumenta, aumenta anche il riscaldamento, a partire dagli strati più bassi dell’atmosfera (bassi si riferisce alla troposfera, cioè fino a 10-12 chilometri da terra): e come tirarsi addosso una coperta sempre più isolante. Per quanto possano esserci anche altre forzanti, come dicono i climatologi, a parità di tutto il resto più anidride carbonica nell’aria vuol dire maggiore riscaldamento.

Riguardo all’anidride carbonica di origine umana, fin qui ho parlato solo di combustioni, ma c’è di più: anche l’uso del suolo fa la sua parte. Il suolo, infatti (se lasciamo da parte i deserti, e solo fino a un certo punto), ha un contenuto organico (microorganismi, residui animali e vegetali parzialmente decomposti o in via di decomposizione) che a suo modo è parte della biosfera: in concreto il suolo immagazzina CO2 sotto forma di composti organici diversi. E altrettanto vale per la biomassa vegetale e in particolare arborea: la fotosintesi è un fondamentale meccanismo di rimozione del carbonio dall’atmosfera per trasferirlo nella biomassa vegetale. Poi ci sono gli strati superficiali di mari e oceani che anch’essi sottraggono anidride carbonica dall’atmosfera. Non voglio entrare in troppi dettagli: credo non ce ne sia bisogno. Quel che importa sapere è che la nostra agricoltura impostata su un sistematico uso di fertilizzanti chimici porta a una progressiva riduzione del contenuto organico nel suolo e il carbonio che non resta nel terreno si ritrova nell’atmosfera. Nelle grandi pianure americane lo spessore dello strato organico nel terreno si misurava, nell’800, in metri, oggi in centimetri. E qualcosa di simile avviene anche nella pianura padana. Aggiungiamo la continua spinta a deforestare amplissimi spazi del pianeta: l’esempio più evidente è quello dell’Amazzonia.

Tutto questo si somma alle combustioni dirette, per aumentare la quantità di gas serra nell’atmosfera e quindi, ulteriormente, spingere verso il riscaldamento globale.

Il riscaldamento – come detto e ripetuto – comporta mutamenti climatici. Ma qui dico una banalità: giornali, telegiornali e discorsi ufficiali sono pieni di ghiacciai che si sciolgono, mari che si alzano, siccità anomale con annessi grandi incendi (che comunque hanno sempre agenti umani all’origine), migrazioni di specie viventi, umani compresi, e cosi via. Insomma: sembra proprio che sia colpa nostra. Fin qui siamo d’accordo?

PER APPROFONDIRE

Clima. Lettera di un fisico alla politica