Editoriale

La Polonia e il diritto all’aborto: l’Europa cosa fa? – Estratto da ‘Propaganda Europa’

Polonia e il diritto all’aborto: l’Europa cosa fa? – Estratto da ‘Propaganda Europa’

La salvaguardia dello Stato di diritto – ovvero il rispetto dei diritti e delle libertà degli esseri umani da parte dei Paesi e delle loro istituzioni – è una delle missioni principali dell’Unione europea. Alcuni Paesi in Europa, nel corso del tempo, hanno messo in campo leggi e riforme in pesante violazione dello Stato di diritto e dell’autodeterminazione delle persone. Un caso eclatante è stato quello del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza in Polonia, reso incostituzionale dal Tribunale supremo del Paese. In quel caso, cos’ha fatto l’Europa?

Ne parla Alexander Damiano Ricci in Propaganda Europa, di cui proponiamo un estratto dal capitolo II: La difesa dello Stato di diritto.


Una prospettiva di lotta sullo Stato di diritto:

il caso per il diritto all’aborto in Polonia

 

Nel mese di settembre 2021, la trentenne Izabela – alla 22esima settimana di gravidanza – si reca in ospedale a Pszczyna, nel sud della Polonia, per un malore. I medici riscontrano una mancanza di liquido amniotico – evento che può provocare danni permanenti al feto. Per le norme vigenti sull’aborto però, attendono che il feto muoia prima di intervenire sul corpo della donna. Nel frattempo Izabela viene colpita da un’infezione. Infine, il feto decede e i medici procedono al taglio cesareo. Ma per la donna è ormai troppo tardi: Izabela muore a causa di uno shock settico. Il fatto viene rivelato alla stampa nel mese di novembre 2021. Poche ore dopo, le piazze e strade della Polonia si riempiono di cittadini e cittadine indignati per quanto accaduto. Per chi scende in strada c’è una causa e una responsabilità chiara: Izabela è deceduta a causa della legge che disciplina l’aborto nel Paese. O meglio: a causa dell’interpretazione della norma data dal Tribunale costituzionale polacco. Quest’ultimo, il 22 ottobre 2020 – circa un anno prima del decesso di Izabela –, aveva infatti giudicato incostituzionale la procedura di aborto in caso di malformazione del feto. L’inasprimento della legge sull’aborto in Polonia è un esempio clamoroso di come la violazione dello Stato di diritto possa portare a conseguenze nefaste. Per capire perché si tratta di una questione di Stato di diritto, bisogna risalire almeno al 2015, anno in cui sale al governo il partito conservatore di Diritto e Giustizia (Pis) – tuttora in carica.

In funzione dell’ideologia politica del Pis, nel 2015 vengono avviati numerosi tentativi di restringere il diritto all’aborto. In realtà, già allora, la norma polacca che disciplina l’interruzione di gravidanza è considerata tra le più severe d’Europa. Secondo il testo – risalente al 1993 –, l’aborto è consentito soltanto in tre scenari: nei casi di reati come stupro o incesto, nel caso in cui la vita della donna è in pericolo, e nel caso di malformazioni fetali. Ecco, il Pis vuole eliminare la terza opzione, la quale rappresenta la quasi totalità dei motivi ufficiali di aborto. Il primo tentativo di modificare la legge arriva nel 2016, viene però bloccato dalla resistenza civile, dalle cosiddette proteste in nero. Le manifestazioni fanno sì che la modifica parlamentare venga accantonata. A guidare il movimento, c’è Ogólnopolski Strajk Kobiet (Osk) (Sciopero delle donne, tda). Nel 2018 arriva però un altro tentativo di riforma, anch’esso a vuoto. E, infine, un terzo ad aprile 2020, durante il lockdown per Covid-19. Il risultato è sempre lo stesso: le modifiche non passano. A questo punto sarebbe potuto esserci il lieto fine. Eppure, non è così.

Infatti, mentre il Pis si dannava lungo la via parlamentare, nel 2019, un centinaio di deputati conservatori aveva avuto l’idea di sollevare una questione di legittimità costituzionale rispetto alla legge in vigore – a tutti gli effetti un tentativo di aggirare la trincea parlamentare. Ed è proprio qui che entra in gioco la difesa dello Stato di diritto: nel corso del primo anno di governo, il Pis era riuscito, a colpi di nomine incostituzionali e accordi tra il governo e il Presidente della Repubblica, a prendere il controllo del Tribunale costituzionale, trasformando quest’ultimo in un’appendice della volontà governativa. È questo Tribunale che, il 22 ottobre 2020, accoglie il quesito di incostituzionalità sollevato dai deputati: l’aborto in caso di malformazione viene valutato incostituzionale, perché “eugenetica”. La Polonia scende in piazza. Lo fa per protestare contro la sentenza di un Tribunale visto come corrotto dal potere politico. Ma, differentemente dal 2016, non c’è nessuna pressione politica da esercitare sul Parlamento. A fine gennaio 2021, dopo mesi di proteste, la nuova interpretazione entra in vigore. La conseguenza principale è che il personale medico che infrange la norma può essere perseguito penalmente. Ed ecco che si chiude il cerchio: alla luce di un’evidente malformazione del feto, anche Izabela sarebbe potuta essere salvata.

In questa breve cronistoria, finora non si è fatta menzione delle azioni dell’Unione europea. Eppure, sarebbe sbagliato dire che l’Ue sia stata a guardare. Anzi: ha messo in campo tutto ciò che poteva. In primo luogo, ha attivato il Quadro per la tutela dello Stato di diritto che era stato istituito nel 2014 e che prevede una serie di dialoghi istituzionali tra la Commissione e il Paese in cui viene ravvisato un problema di infrangimento dello Stato di diritto – in questo caso la Polonia. Ciò è avvenuto in seguito a una serie di tentativi di riforma del Tribunale costituzionale e altri organi giudiziari. Più nel dettaglio, la Commissione ha adottato tre raccomandazioni tra il luglio del 2016 e il luglio del 2017. Alla luce della mancata risposta da parte delle autorità polacche, è arrivata l’attivazione della procedura dell’art. 7 di cui si è parlato in precedenza. A ciò vanno aggiunte le conclusioni del Rapporto sullo Stato di diritto, stilato nel contesto del Meccanismo per lo Stato di diritto istituito nel 2017. Come abbiamo visto si tratta di una mole impressionante di dispositivi che, in ultima analisi, sono destinati a naufragare in una procedura – quella dell’art. 7 – senza alcun tipo di mordente. Secondo quanto esposto, potrebbe sembrare che il percorso di riforme illiberali portate avanti dal Pis sia stato scevro di ostacoli – al netto della resistenza dei movimenti ovviamente. Ma a ben vedere, c’è stata una vera spina nel fianco: la Corte di giustizia dell’Unione europea o Cgue. Sebbene fin qui non sia entrata nell’analisi degli strumenti dell’Unione per garantire la tutela dello Stato di diritto, la giurisprudenza di quest’ultima istituzione ha rappresentato – e rappresenta – il vero difensore dei cittadini e delle cittadine polacche. Paradossalmente però, la Cgue gode di molta meno visibilità mediatica rispetto alla Commissione. Diverse sentenze e misure provvisorie emesse dalla Cgue tra il 2018 e il 2021 hanno richiamato all’ordine le autorità polacche. La più importante è stata una misura provvisoria – poi confermata con sentenza a giugno del 2019 – che ha ostacolato l’implementazione di una parte delle riforme della Corte suprema e del Consiglio nazionale della magistratura. Focalizzandoci sulla Corte, le modifiche prevedevano l’abbassamento dell’età di pensionamento dei membri della Corte a 65 anni (da 70), combinato a una capacità del Presidente della Repubblica di prolungare, a discrezione, gli incarichi. L’intervento della Cgue ha permesso ad alcuni giudici della Corte suprema polacca, che erano stati dismessi in funzione della loro età, di tornare nelle loro posizioni. Lo scontro tra Cgue, da un lato, e Tribunale costituzionale (sotto controllo governativo) e governo polacchi, dall’altro, ha raggiunto il suo apice il 15 luglio del 2021, quando la Cgue ha bocciato un’altra modifica del sistema giudiziario che prevede un’influenza diretta del potere legislativo ed esecutivo sull’elezione dei membri della Camera disciplinare dei giudici polacchi. La Corte europea ha chiesto l’immediata sospensione della sezione disciplinare incriminata. L’applicazione di tale ordine è però stata ritenuta incostituzionale dallo stesso Tribunale costituzionale polacco che, a ottobre, ha anche ribadito, tramite sentenza, il primato del diritto nazionale su quello comunitario – visione in totale contrasto con il principio fondante dell’Ue. Di fronte alla conseguente mancata sospensione della sezione disciplinare, la Cgue ha infine condannato la Polonia a una multa da mezzo milione di euro al giorno – soldi che dovrebbero essere scontati dai fondi strutturali che spettano al Paese tra il 2021 e il 202732.

Purtroppo le iniziative della Cgue, sebbene lodevoli, non hanno impedito al Pis di consolidare un controllo praticamente completo sul potere giudiziario. A oggi, infatti, subiscono l’influenza diretta del potere esecutivo e legislativo sia il Tribunale costituzionale, sia il Consiglio nazionale della magistratura, sia la Corte suprema. Nel corso di sei anni, il Paese primo beneficiario di fondi europei in termini assoluti è stato trasformato in un regime in cui lo Stato di diritto è lettera morta. E, con esso, il diritto all’aborto. Tutto questo è avvenuto sotto gli occhi di una Commissione europea che, al netto di molta retorica e ingegneria istituzionale, non è stato un avversario credibile.

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