Editoriale

«Non provare rabbia è un privilegio», o del terzo settore oggi in Italia

Editoriale Andrea Morniroli terzo settore

Venerdì scorso, in cooperativa, nel rispetto di tutte le norme di sicurezza, abbiamo organizzato un incontro tra i soci e le socie, i lavoratori e le lavoratrici per un confronto tra di noi sulle nostre attività e il nostro lavoro in epoca di pandemia da coronavirus. È stato un momento denso ed emotivamente faticoso con le operatrici e gli operatori, con le mediatrici e i mediatori culturali che in questi giorni continuano a lavorare al fianco delle persone che vivono condizioni di fragilità e difficoltà.

Inventare nuove pratiche

Nel confronto con loro, ancora una volta, mi sono reso conto di quale risorsa straordinaria siano per il Paese le donne e gli uomini che con le loro organizzazioni del privato sociale e del civismo attivo lavorano, anche in questi giorni, a fianco di chi fa più fatica. Sapendo affiancare alla tradizione del proprio intervento nuove modalità e nuovi strumenti adeguati all’emergenza che stiamo vivendo. Inventando nuove pratiche e operatività, mettendo in gioco competenze, talenti e sensibilità. Tutto questo oggi, nella complicata e delicata ricerca di un equilibrio tra tutela dei diritti dei destinatari dei servizi e tutela del loro diritto alla salute.

Tesoro competente e solidale

Ma insieme a questa consapevolezza, nel dialogo con loro è emerso anche come ci faccia stare male il fatto che nelle parole dei media, della politica, del dibattito pubblico questo “tesoro competente e solidale” non sia quasi mai visto o percepito come tale. Un universo di pratiche e competenze che non viene raccontato e tutelato perché, in fondo, quel lavoro e quelle professionalità non vengono riconosciute. In alcuni casi perché quel fare è scambiato per un aiuto che non si configura come lavoro ma come volontariato; mentre in altri casi (i peggiori) considerato come prestazione di manodopera a basso costo per un lavoro meramente assistenziale e di contenimento. E, come se non bastasse, oggi troppe volte vissuto anche con diffidenza perché lavoro svolto a fianco di chi è considerato nemico, pericoloso, portatore di paura.

Arrivare a fine giornata

Eppure ogni servizio o presidio di welfare, che sia pubblico o privato, rappresenta forse uno dei pochi modi possibili per stare nel concreto accanto a quelle aree di popolazione che già prima della crisi erano vulnerabili e precarie e che la pandemia ha schiacciato verso il basso, verso condizioni di povertà assoluta. Come nel caso delle famiglie dove il reddito familiare veniva reperito da piccole attività imprenditoriali e autonome che non hanno retto all’emergenza (e che faranno una gran fatica a riaprire) o attraverso lavori sommersi, irregolari, mal pagati e sfruttati che al primo impatto della crisi sono evaporati come neve al sole. Per milioni di famiglie il covid-19 ha trasformato l’ansia di arrivare a fine mese con quella di arrivare a fine giornata.  Creando, come dice spesso Marco Rossi Doria, vere e proprie aree della “disperanza”, dove la durezza della condizione materiale impedisce anche la sola speranza di poter avere un futuro migliore.

Non solo sostegno ma contatto con lo Stato

Nel rapporto con queste aree le operatrici e gli operatori non svolgono solo un ruolo di sostegno e accompagnamento nella difficile relazione con una molteplicità di precarietà e bisogni quotidiani ma, con la loro presenza, tengono vivo un contatto tra quelle famiglie e lo Stato. In altre parole un intervento che al di la del sostegno materiale prova a ridurre quelle disuguaglianze di riconoscimento, come le chiama il Forum Disuguaglianze e Diversità, che se non arginate aprono inevitabilmente la strada alla sfiducia, al rancore, alla frenetica ricerca dei nemici su cui scaricare le colpe e le responsabilità del proprio disagio.

Insomma, nel lavoro sociale, nell’investimento e nel potenziamento delle politiche di welfare e di contrasto della povertà, intese come presupposto allo sviluppo e non come suo esito, c’è l’unico modo possibile per provare a uscire dalla crisi verso una normalità più giusta e solidale. Anche perché, come afferma Ascanio Celestini, questo virus ci ha insegnato che le sofferenze e le tragedie non sono un altrove da cui siamo immuni o fenomeni che sempre riusciamo a tenere lontani, a non vedere, a scaricare su altri, poveri e senza voce.

Ulteriori disattenzioni possono produrre conflitti pesanti perché come mi ha ricordato una signora di una delle tante periferie napoletane passata l’altro giorno in cooperativa: «Oggi, in Italia, non provare rabbia è un privilegio».

Andrea Morniroli

PER APPROFONDIRE

Andrea Morniroli da più di trent’anni si occupa di politiche e azioni di welfare a livello locale e nazionale, in particolare occupandosi di migrazioni e gravi fragilità. È amministratore della cooperativa sociale Dedalus di Napoli, dove si occupa di tratta e marginalità urbane, e coordina lo staff del Forum Disuguaglianze Diversità. È portavoce nazionale della Piattaforma nazionale Antitratta. Per Edizioni Gruppo Abele ha scritto Equilibristi. Lavorare nel sociale, oggi (2015) e Poveri a chi? Napoli (Italia) (2013). Alcuni suoi contenuti sono parte del libro Sulle tracce dell’educazione. Persone, contesti, relazioni, di Kristian Caiazza e Michele Gagliardo.