Editoriale

Rimandati a settembre: clima, guerre e distribuzione delle ricchezze

È probabilmente un’antica reminiscenza scolastica ma il nuovo anno – quando si fanno bilanci e programmi – inizia, per me, con la fine dell’estate. È così anche quest’anno, con la differenza rispetto al passato, che i problemi e gli impegni sono ben più rilevanti. Provo ad elencarne tre, fra quelli che più mi stanno a cuore e che impegnano attivamente l’offerta culturale della casa editrice che mi trovo a dirigere.

Primo: del clima, o di come rischiare di curare un paziente già morto

Stiamo, forse, per uscire dalla fase più acuta della pandemia. Ma questo terribile anno e mezzo non ha insegnato proprio nulla. L’unica certezza è che il Covid, lungi dall’essere un evento eccezionale e irripetibile, è il portato di un modello di sviluppo che ha incrinato profondamente il rapporto tra l’uomo e la natura e che, per questo, porterà con sé altri disastri. Così per un po’ tutti (o quasi) hanno detto che nulla potrà più essere come prima; per un po’, poiché presto i fatti hanno contraddetto le parole (che, per parte loro, sono uscite dalla scena). Due soli esempi relativi a casa nostra.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), approvato trionfalmente e in modo quasi unanime dalle Camere, usa 257 volte i termini “competizione”, “concorrenza” e “impresa” e solo 7 volte il termine “disuguaglianze”: segnale evidente dell’adozione, per uscire dalla crisi, delle ricette di sempre.

Poche settimane fa, invece, mentre le regioni del Sud (e non solo) bruciavano, il Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici ha pubblicato il suo ultimo report in cui conferma che il clima sta cambiando in maniera rapidissima, con fenomeni estremi sempre più frequenti, con manifestazioni «senza precedenti in migliaia, se non centinaia di migliaia di anni», con un innalzamento del livello del mare «irreversibile» e con la prospettiva di un aumento della temperatura globale di 1,5°C o più: da notare che quest’estate abbiamo raggiunto a Floridia, in Sicilia, il tetto di 48,8°C e che una stabilizzazione delle temperature massime oltre i 45°C avrebbe per la popolazione anziana e malata costi umani incalcolabili, superiori a quelli dell’attuale pandemia.

Per limitare i danni, ché questo solo è ormai possibile, la Commissione Europea ha previsto l’obbligo per gli Stati di ridurre almeno del 55% entro il 2030 le emissioni di gas climalteranti. Ebbene, il Governo conferma l’impegno per la costruzione della Nuova linea ferroviaria Torino-Lione – il TAV – , quando per il solo scavo del tunnel internazionale gli stessi proponenti stimano un’emissione complessiva di 10 milioni di tonnellate di gas serra. Né vale dire che quando il tunnel entrerà in funzione si comincerà a emettere di meno: a tacer d’altro perché il tunnel entrerebbe in funzione non prima del 2035, cioè quando i danni irreversibili di cui si è detto si saranno già verificati (e, dunque, si comincerebbe a curare il malato quando è ormai morto).

Secondo: di Afghanistan, o di come si sono esportate armi e non diritti

Dopo vent’anni di guerra e di occupazione militare, con 240mila morti in prevalenza nei raid americani e della Nato, la bandiera dei Talebani sventola di nuovo sul pennone del palazzo presidenziale di Kabul. Il “nuovo Stato” costruito dagli eserciti occidentali si è sciolto come neve al sole nel giro di pochi giorni. Senza alcuna resistenza. La guerra è costata agli Stati Uniti e ai Paesi della Nato 2.261 miliardi di dollari ma i 36 milioni di afghani vivono mediamente con meno di due dollari al giorno. Ci hanno detto che con la guerra si esportavano diritti e democrazia; in realtà si sono esportate soprattutto armi.

Come ha scritto Gino Strada nel suo ultimo articolo prima della morte (La Stampa, 13 agosto 2021):

«La guerra all’Afghanistan è stata – né più né meno – una guerra di aggressione […]. Il Consiglio di Sicurezza, unico organismo internazionale che ha il diritto di ricorrere all’uso della forza, era intervenuto il giorno dopo l’attentato dell’11 settembre con la risoluzione numero 1368, ma venne ignorato»

Oggi in Afghanistan c’è un esodo biblico e la condizione delle donne (per non dire di quella della comunità LGBT) sta rapidamente tornando a quella di venti anni fa. Non si esportano diritti con i cannoni ma in Occidente, e nel nostro Paese, le autocritiche sono limitate e di maniera. E pochi vanno a fondo, alle parole profetiche che Tiziano Terzani scrisse in una lettera aperta a Oriana Fallaci l’11 ottobre del 2001:

«Mi frulla in testa una frase di Toynbee: “Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi assieme”. Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per “gli altri”, per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provò una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufragò e lui si salvò a malapena. Ci provò una seconda volta, ma si ammalò prima di arrivare e tornò indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l’assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati (“vide il male ed il peccato”), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraversò le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. […] Al mattino il Sultano lasciò che San Francesco tornasse, incolume, all’accampamento dei crociati. Mi diverte pensare che l’uno disse all’altro le sue ragioni, che San Francesco parlò di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d’accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. […] Per difendersi non c’è bisogno di offendere. Per proteggersi non c’è bisogno d’ammazzare. […] Un giorno la politica dovrà ricongiungersi con l’etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze»

Terzo: di povertà, o di distribuzione diseguale delle ricchezze

La povertà nel nostro Paese ha raggiunto livelli drammatici: il Report dell’Istat pubblicato il 16 giugno scorso dice che sono in condizioni di povertà assoluta oltre 2 milioni di famiglie, pari a 5,6 milioni di persone e in condizioni di povertà relativa 2,6 milioni di famiglie, pari a 8 milioni di persone. E non c’è bisogno di leggere i dati statistici: basta guardarsi intorno nelle nostre strade. Ma quel che la gran parte della politica tace è che ciò avviene non per mancanza di ricchezza ma per la distribuzione abissalmente diseguale delle risorse. E quella parte della politica mette in discussione persino quel piccolo sussidio che è il reddito di cittadinanza.

La fine dell’estate ci consegna molti problemi irrisolti e altrettanti impegni da onorare. A noi esserne capaci.
Ci proveremo, anche come casa editrice.

Livio Pepino