Editoriale

Un Natale diverso

Natale si avvicina. Sarà un Natale diverso da quello che ci aspettavamo (o speravamo). Ma per gran parte dell’umanità un Natale di paura, di incertezza, di povertà è la regola. Tutti gli anni. E tutti i giorni dell’anno.

Niente sarà più come prima

Alcuni mesi fa, dopo la prima ondata della pandemia, quando ci illudevamo che i giorni più brutti fossero passati, abbiamo pubblicato un libro a più voci dal titolo Dopo il virus. Cambiare davvero. Nella presentazione scrivevamo:

«In questi mesi, soprattutto tra chi non voleva cedere alla scoramento, si è detto e ripetuto che “niente sarà più come prima”. Oggi quell’espressione sembra essersi ridotta a una formula di stile che copre una sostanziale rimozione. Nei fatti la pandemia viene per lo più considerata una (dolorosa) parentesi da chiudere in fretta, riprendendo le precedenti modalità di vita, di rapporti sociali, di produzione, di consumo. Almeno nei settori ritenuti più importanti (e lasciando indietro il welfare, la scuola, la cura delle persone). Nonostante tutto qualcosa cambierà. Nelle persone e nella società. Ma ‒ come ha scritto Marco Revelli ‒ “ci sarà da lottare, per strappare al nuovo un volto umano”. Del resto perché dovremmo diventare automaticamente più buoni, più generosi, più attivi, più responsabili, più attenti? Ci saranno in questa fase, come sempre, mercanti alla perenne ricerca di occasioni di arricchimento e di potere, donne e uomini impegnati nella ricerca di un mondo migliore e un’ampia “zona grigia”. Occorre esserne consapevoli»

Sono passati, da allora, molti mesi. Se la consapevolezza resta, le speranze si stanno attenuando.
Quasi senza accorgercene stiamo davvero cambiando tutto: abitudini, comportamenti, relazioni. Ma non in meglio. Il «niente sarà più come prima» che ha scandito la prima ondata della pandemia è, in maniera sempre più evidente, uno slogan che sottende un cambiamento eterodiretto. Esattamente l’opposto dell’auspicata responsabile virata verso un modello di vita e di sviluppo diverso da quello attuale, più rispettoso della natura, più sobrio, più interessato ai rapporti umani (anziché ai consumi e alle tecnologie).

Cambiare in peggio?

Dalla sfera personale ciò si estende alla scena pubblica, istituzionale, organizzativa. Stanno cambiando – spesso acuendo tendenze già in atto – il modello di governo, la scuola, il sistema sanitario e molto altro ancora. L’esecutivo si è trasformato in dominus incontrollato della sfera pubblica; la didattica è diventata veicolo di trasmissione impersonale di (poche) conoscenze, perdendo la sua fondamentale valenza relazionale ed educativa; la medicina territoriale, a dispetto della sua conclamata necessità, è scomparsa lasciando ai medici di base il ruolo prevalente di dispensatori di consigli telefonici (nella migliore delle ipotesi) e di ricette inviate via mail a pazienti sempre più smarriti.
Ci sono, ovviamente, le eccezioni, ma il trend è questo. Cosa in parte inevitabile, dati l’andamento della pandemia e la necessità di non soccombere. Ma l’effetto è una trasformazione che, alla fine di questo drammatico periodo, ci vedrà più soli, diffidenti, ostili e che renderà la società più chiusa, intollerante e autoritaria.

Una svolta è possibile

Difficile essere ottimisti. Ma Natale (il mistero del Natale per i credenti, la sua suggestione per chi non crede) può – anzi, deve – essere il segnale di una svolta possibile. La direzione ce la indica il papa venuto da lontano in alcuni scritti contenuti in una raccolta che abbiamo pubblicato quest’anno, proprio mentre iniziava la pandemia (Papa Francesco, La dittatura dell’economia, a cura di Ugo Mattei, con prefazione di Luigi Ciotti):

«Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”»

Che sia Natale di cambiamento

Ma tutto questo non è ineluttabile, come gridato ai partecipanti dell’incontro mondiale dei Movimenti popolari:

«Avete i piedi nel fango e le mani nella carne. Odorate di quartiere, di popolo, di lotta! Vogliamo che si ascolti la vostra voce che, in generale, si ascolta poco. Forse perché disturba, forse perché il vostro grido infastidisce, forse perché si ha paura del cambiamento che voi esigete, ma senza la vostra presenza, senza andare realmente nelle periferie, le buone proposte e i progetti che spesso ascoltiamo nelle conferenze internazionali restano nel regno dell’idea, è un mio progetto. Non si può affrontare lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che unicamente tranquillizzano e trasformano i poveri in esseri addomesticati e inoffensivi»

A tutti l’augurio che il Natale contribuisca a dare, almeno, un segnale di cambiamento.

 

Livio Pepino

PER APPROFONDIRE

Dopo il virus. Cambiare davvero
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