Si può parlare di pace?
Il prossimo 1° giugno esce per le Staffette delle Edizioni Gruppo Abele Giornalismo di pace, una raccolta di articoli sul tema, a cura di Nanni Salio e Silvia De Michelis.
Il libro
La guerra domina la scena dell’informazione: per interesse, per scelta politica, per superficialità. I media, poi, vengono per lo più usati dagli Stati come «armi di disinformazione di massa». A questa prassi si oppone il modello del «giornalismo di pace», di cui Johan Galtung è il padre fondatore, che cerca di leggere in profondità i conflitti, rifuggendo dalle semplificazioni di chi descrive la guerra e la violenza come realtà inevitabili e ricercando gli obiettivi reali delle parti in causa, le loro contraddizioni e le vie possibili per superarle. L’intento non è quello di nascondere o di minimizzare la guerra ma di contribuire, con una informazione corretta, alla trasformazione non violenta dei conflitti. Di questo metodo il libro fornisce una ricca documentazione teorica e interessanti casi di studio.
Perché giornalismo di pace?
«Il giornalismo di pace tratta della pace e delle possibilità di realizzarla» scrive Johan Galtung nella prefazione al libro.
Ma la pace ha una duplice natura: c’è una pace negativa il cui ruolo è quello di ridurre le sofferenze degli esseri umani e dell’ambiente naturale, e c’è invece una pace positiva il cui ruolo è quello di aumentare il ben-essere degli esseri umani e dell’ambiente naturale oltre la semplice soddisfazione dei bisogni. Per un giornalista di pace, la soluzione utile a promuovere la pace consiste nel rafforzare la pace positiva e nell’indebolire le fonti di violenza.
Nel mondo di oggi i media vantano un ruolo fondamentale nella rincorsa alla maturazione di una cultura di pace, ma sono ancora fortemente inconsapevoli di tale ruolo: ciò che occorre perseguire è un’informazione corretta e approfondita, libera dai sensazionalismi e dalle esasperazioni che “fanno notizia”. La notizia vera deve essere un’analisi che sveli le menzogne e gli insabbiamenti di tutte le parti in causa, che porti in primo piano la violenza e la sofferenza di tutti, in particolare di chi non ha voce, e che sia rivolta a una soluzione di pace, ricostruzione e riconciliazione.
I curatori
Giovanni Salio, detto Nanni (Torino, 24 dicembre 1943 – 1 febbraio 2016) è stato tra i massimi esponenti italiani del movimento nonviolento. Fondatore nel 1982 del Centro studi e documentazione per l’analisi delle azioni dirette nonviolente di Torino, poi diventato Centro studi Sereno Regis, ne è stato presidente fino alla morte. Autore di numerosi scritti e saggi sulla nonviolenza, ha collaborato con Edizioni Gruppo Abele per l’edizione italiana del Manuale pratico della Nonviolenza di Michael N. Nagler (2014), di cui ha scritto la prefazione.
Silvia De Michelis, dopo la laurea in Giurisprudenza e un master in Criminologia Forense, è dal 2014 dottoranda presso l’Università di Bradford in Inghilterra. La sua attività di ricerca s’incentra sul tema del ruolo dei media nei conflitti.