Editoriale

Franco Basaglia, a quarant’anni dalla sua morte

Non esistono persone normali e non, ma donne e uomini con punti di forza e di debolezza, ed è compito della società fare in modo che ciascuno possa sentirsi libero, nessuno sentirsi solo (Franco Basaglia)

 

Quarant’anni fa, il 29 agosto 1980, moriva Franco Basaglia, al cui impegno si deve, in gran parte, l’abolizione degli ospedali psichiatrici, i manicomi: luoghi di abbrutimento e di distruzione della dignità delle persone.

Perché abolire i manicomi? Lo dico con sue parole, all’indomani della riforma che porta il suo nome o nel corso della sua approvazione. Basaglia era assediato dai giornalisti che gli chiedevano perché «non legava i matti». Lui inizialmente rispose spiegandone, con pazienza, i motivi. Poi, all’ennesima ripetizione della domanda, esplose: «Non li lego per la stessa ragione per cui non lego mia moglie e i miei figli. Non li lego e basta!». I manicomi andavano aboliti perché la dignità delle persone è una cosa su cui non si può transigere. Mai, e senza bisogno di spiegazioni.

Ma c’è un altro insegnamento che voglio ricordare di Basaglia. Era il 1979, poco più di un anno dopo l’approvazione della legge n. 180/1978 (la legge, appunto, che aboliva gli ospedali psichiatrici), e Basaglia in un intervento che può ora leggersi in Conferenze brasiliane disse parole che allora potevano sembrare sorprendenti: «La cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma ad ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare».
Parole profetiche che restano un insegnamento fondamentale non solo nella psichiatria. Anche in una stagione difficile come quella che stiamo attraversando. Purché continuiamo – incuranti delle raccomandazioni dei più – a «volere, ostinatamente, la luna».


Condividiamo con lettrici e lettori un estratto dal libro Il manicomio dei bambini, di Alberto Gaino. Un libro che racconta le atrocità dell’istituzionalizzazione dei minori, di bambine e bambini chiusi in manicomio spesso per ragioni sociali, più che psichiatriche. Per ricordare – e ricordarci – quanto la legge Basaglia fosse necessaria.

Livio Pepino

Saverio: il mostro che visse sempre legato

 

Saverio è un ragazzo di notevole forza fisica, forza che, imprevedibilmente e senza apparenti motivi, viene scaricata con violenza sulle persone che lo circondano, operatori e degenti indistintamente. Per contenere una «crisi» di Saverio è necessario l’intervento di più infermieri dotati a loro volta di forza fisica da contrapporre alla  sua e non sempre la realtà del reparto lo consente (è impensabile infatti richiedere praticamente al personale infermieristico un tale impegno quando alcuni turni sono di sole 3 unità, numero appena sufficiente per svolgere le normali mansioni quotidiane).

Saverio è stato ricoverato a Villa Azzurra all’età di undici anni. Dodici mesi dopo è stato trasferito a Collegno. Ne è uscito alcune volte, sempre per pochi giorni o periodi appena più lunghi. Dal 1970, quando aveva tredici anni, è restato nel manicomio degli adulti, insieme ad adulti, sino al 1987: sempre più contenuto. In parole ancora più chiare: legato al letto per mani e piedi, o fatto alzare ma in condizioni da non poter essere autonomo. Gli bloccavano ugualmente braccia e mani, se non quando – come si evince dalla relazione appena citata – lo sorvegliavano strettamente in cinque, due infermieri e tre educatori.

Dal 1978, con l’approvazione della legge Basaglia sul superamento dell’istituzione manicomiale, si è applicata su di lui la sola norma entrata immediatamente in vigore: quella sul Trattamento sanitario obbligatorio (Tso). La cartella clinica a suo nome è chiara: Saverio non è stato soltanto una delle prime cavie umane ad averlo sperimentato; l’ha subìto per nove anni consecutivi in un crescendo di tensioni e violenze che hanno messo a nudo, se ancora ve ne era bisogno, l’assurdità del sistema manicomiale.

Relazione sanitaria firmata dal medico primario Marcello Breusa e indirizzata al sindaco di Collegno ai fini dell’articolo 2 della legge 13 maggio 1978 n. 180. Vi si afferma che «il contronominato necessita di ulteriore periodo di Trattamento sanitario obbligatorio per la presunta durata di giorni (l’atto indica l’ultimo previsto: il 30 settembre 1985) per i motivi sottoelencati: psicosi epilettica con manifestazioni rare di reattività e impulsività motoria».

Nell’atto si indica la diagnosi di ammissione in ospedale psichiatrico: «Anomalie comportamentali». Si evince che da una banale definizione di una patologia nebulosa si è arrivati, in quindici anni consecutivi di trattamento manicomiale, a una diagnosi un poco più elaborata. Nella richiesta al sindaco (che non ha alcun potere di controllo e ancor meno di valutazione) lo si informa delle «condizioni psichiche attuali» di Saverio: «Vocabolario ridotto ma presente. Accetta le cure. Viene accompagnato in lunghe passeggiate [sic!] per l’Ospedale. Per precauzione un braccio è contenuto con fettuccia. Si alimenta regolarmente». E poi, insopportabile, dal momento che viene regolarmente imbottito di psicofarmaci: «Sorride fatuo: componente dissociativa mascherata». Infine: «Non controllo degli sfinteri. Si prolunga il periodo di osservazione clinica in fase di Tso per motivi precauzionali e per ulteriori conferme al fine della successiva trasformazione in Trattamento volontario».

Questo si scrive di Saverio dopo tutti quegli anni di contenzione, concessi da una normativa regia sino al 1978 e da quella nuova in seguito. Un trattamento che sarebbe ancora durato. È sufficiente una data a dimostrarlo: 1987. L’Ospedale psichiatrico di Collegno era morto per legge, ma Saverio era ancora là, reparto 4, contenuto, legato al letto, sottoposto a Tso, come un mostro, che poteva colpire chiunque improvvisamente, strappando le «fettucce» che ne imprigionavano i movimenti delle mani.

Così non sta scritto nei periodici rapportini al sindaco di Collegno, forse perché ci si rendeva conto dell’enormità del caso, ma così sta scritto nelle tante relazioni che hanno reso voluminoso il dossier personale di Saverio archiviato in uno stanzone polveroso, dentro un vecchio armadio di ferro, di un ex padiglione del fu ospedale psichiatrico dove il «ragazzo» (come lo chiamavano ancora a trent’anni) visse la sua prima, lunga, troppo lunga, vita.
Dalla stessa relazione firmata da cinque educatori ma non datata (si presume con buona approssimazione che risalga all’autunno 1984):

Lo scontenimento [sic!] di Saverio e la sua successiva gestione comportano non solo una presenza fisica degli educatori e degli infermieri ma, principalmente, calma e sintonia nel gruppo che opera: la benché minima tensione viene percepita dal ragazzo e tradotta in ansia che, a sua volta, può mettere in agitazione gli operatori. Si crea una specie di effetto «eco» difficilmente interrompibile e spesso la situazione degenera in maniera incontrollabile. È utile ricordare che la violenza di Saverio si è già espressa più volte in passato sugli infermieri del reparto 4, i quali non possono nascondere nei confronti del ragazzo una notevole paura e un atteggiamento parecchio prevenuto. Noi educatori ci siamo avvicinati a lui in un primo momento con una discreta tranquillità, poi, a distanza di tempo, le nostre esperienze di scontenimento ci hanno condotti a soppesare maggiormente tali operazioni e abbiamo adottato alcune precauzioni: per esempio, nei giorni in cui appariva più nervoso veniva alzato con un cinturino intorno alla vita per bloccargli un braccio. Malgrado ciò, una sua crisi verificatasi in giardino negli ultimi giorni (la prima reazione violenta nei confronti di alcuni educatori) ha riproposto il problema in termini ancora più pesanti.

 

(tratto da Alberto Gaino, Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione, cap. II Storie di bambini in manicomio, pagg. 85-87)

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